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Solo all'ultimo momento deciderà se andare se andare o no in corsica ed in una caso o nell'altro la sua sarà una decisione sofferta. con qualche ruga e qualcosa in più di allora, maurizio perissinot non ha dimenticato pure un attimo quella maledetta mattina in cui la macchina sulla quale era seduto a legger note si è schiantata contro un albero appena dentro la quarta prova speciale del tour de corse 1985. non ha potuto e non ha voluto farlo finora. non lo farà neppure più avanti. e se solo rarissimamente ha parlato pubblicamente degli attimi tragici che ha vissuto, è stato per pudore e per paura di essere frainteso assai più per esorcizzare il ricordo. in costa smeralda, l'altra settimana, ha accettato di aprirsi. dolorosamente, davanti a un registratore, ha provato ad esternare i suoi sentimenti in una lunga chiaccherata incentrata su chi, purtroppo, non c'è più. sottovoce, quasi a non voler rompere il silenzio dell'incombente nottata gallurese, uno dei personaggi normalmente più loquaci del giro ha cominciato a esaminare in modo abbastanza impersonale la possibilità di tornare sull'isola francese.

 


"Il mio rapporto con la Corsica è un rapporto stranissimo fatto di odio e amore, difficile da spiegare con le parole. Odio perché è un posto che mi ha dato sempre dei grossi dispiaceri; ho avuto dei brutti incidenti in Corsica in cui, se pur poco mi sono fatto male anch'io ed oggi ho il peggior ricordo della mia vita legato alla Corsica. Eppure non riesco a volere male. E' un posto che comunque per me rimane splendido dove vive gente che ha voluto bene ad Attilio e gli è stata vicina come difficilmente poteva succedere altrove. Si, ho un odio incredibile nei suoi confronti per avermi fatto vivere quello che ho vissuto ma ho anche un profondo rispetto per quella terra e quella gente che volere o no mi piacciono. Sembra cinico, sembra cattivo, sembra stupido che io dica, che la Corsica è un bellissima prova del Campionato del mondo. Ma è una gara che Attilio ed io amavamo moltissimo, che ci era sempre piaciuta e non vedo perché io, per quello che è successo, per un incidente in fondo "banale" che poteva succedere ovunque, debba andare a dire in giro dal mattino alla sera che la Corsica è un posto da odiare. E' chiaro che quando guardo una certa geografia e vedo la Corsica mi viene un odio fortissimo pensando che c'è sempre quell'albero maledetto..."

 

-Cosa ricordi di Attilio? "Non ho un ricordo particolare, ho quello di diecimila ore assieme, un collage di piccole e grandi cose belle e brutte come penso capiti in qualsiasi rapporto fra due persone che si stimavano e che a modo loro si volevano sicuramente bene. Sei anni di gare non si cancellano con un colpo di spugna e non serve cercare un ricordo particolare. Quello che piuttosto vorrei è che la gente seguiti a ricordarlo per quello che realmente era: una persona semplice con una gran voglia di vivere ed una grandissima passione per le corse in macchina. Una persona sempre molto disponibile come dimostrano le testimonianze continue di tantissimi amici che avevano sulle gare e stringi stringi sempre sorridente, gentile e affabile con tutti".

 

-E del 2 Maggio 1985 cosa ricordi? "Un grande terrore. Non tanto una paura fisica quanto il terrore di avere la certezza di un qualcosa che era nell'aria e comunque mi rifiutavo di credere con tutte le mie forze. Anche se diecimila piccole cose mi facevano pensare  a quello che effettivamente era successo, non volevo assolutamente crederlo e questo rifiuto era durato da poco tempo le dieci  e mezzo di quella mattina fino alle due del pomeriggio quando mia madre al telefono mi ha detto la verità. Ecco, quelle ore per me sono state davvero terribili. Tutto qui, del resto non voglio più ricordare niente".

 

-I un anno hai trovato un vero perché al vostro incidente? "Non lo so, rimane tutto piuttosto inspiegabile... Di sicuro non c'è stato un guasto tecnico e non c'è stato un errore umano, questo posso affermarlo con certezza. La macchina andava bene e non siamo entrati in quella destra neppure un chilometro all'ora più forte di quanto si potesse e non si può andare ad indovinare che cosa sia successo. E' un segno che era scritto così: in queste cose sono abbastanza fatalista...".

 

-Da allora non hai più corso: è stata una decisione maturata nel tempo? "No l'ho deciso alle due del pomeriggio di quel maledetto giorno. Anche se poi sono andato avanti per diverso tempo a dire che ci volevo pensare, in quel momento ho deciso che comunque la mia carriera di copilota era finita. Poi il mio profondo amore per le automobili ed i motori in genere mi ha spinto a cercare un impegno che mi tenesse comunque nel giro delle corse ed eccomi qui a vivere emozioni diverse, con grandi gioie e grandi arrabbiature ma sempre prendendomi le mie responsabilità. Alla fin fine mi è sempre piaciuto rischiare del mio anche sbattendo il naso contro il muro ed anche in questo lavoro tante volte si devono prendere delle decisioni che nessuno può sapere prima se sono giuste o sbagliate".

-Ti è capitato di chiederti, magari solo per un istante, se davvero vale la pena di correre, di rischiare? "Mi è venuta da pensare di tagliar corto con tutto, di piantarla lì e fare cose completamente diverse... Ma d'altra parte questo è il mio mondo, la mia vita e non ho trovato per quale motivo avrei dovuto farlo. In fondo quello dell'automobile è un mondo che mi ha dato tantissimo, oltre ad una enorme amarezza: purtroppo la vita è fatta così...".

 

-Cosa è cambiato per te in questi dodici mesi?

"Sostanzialmente  è cambiata gran parte della mia vita. Sono ancora nel mondo delle automobili, ma dopo quindici anni passati a correre non sono più seduto su una macchina da corsa... Questo al di là del fatto che sono cambiato abbastanza dentro: è un anno che vivo di molta amarezza con tanti ricordi che ti passano davanti. Che si voglia o no, ogni volta che vado ad una gara c'è sempre qualcosa che mi lega ad un passato estremamente difficile da cancellar via".

 

-Insomma, a quel tragico attimo appena sotto Zerubia ci seguiti a pensare molto?

"Io ho sempre detto che purtroppo, e però anche per fortuna, il tempo ti aiuta a cancellare. Chiaramente i ricordi ci sono sempre, solo che li vedi sotto una altra luce. E' chiaro che se l'albo d'oro della Costa Smeralda con la seconda edizione vinta da noi mi fosse capitato sotto gli occhi undici mesi fa mi sarebbe venuto un magone diverso da quello che mi può venire oggi: è brutto e cinico dirlo ma bisogna pur andare avanti. E se ogni tanto mi vien da pensare cosa potrebbe succedere se ci fosse ancora Attilio, cerco di rifiutarmi di andare avanti in quel tipo di ragionamento. E' che certi ricordi ci siano ma non si può vivere solo di ricordi ed allora mi sforzo di fare bene il mio nuovo lavoro lasciando da parte i rimpianti".

 

-Da un anno a questa parte sono successe molte cose negative nei rally. Pensi che la specialità sia alla fine?

"Credo di no, anche se si sente dire da tanto tempo che si è al limite. Credo che comunque la specialità debba ancora progredire e che tante cose dovranno chiaramente cambiare. Bisognerà andare a cercare percorsi nuovi, cercare nuove frontiere e l'Africa come la Nuova Zelanda potrebbe essere una bella terra di conquista per i rally. No, non penso assolutamente che siano arrivati alla resa dei conti, anzi sono convinto che la popolarità di queste gare sia ancora in crescendo".


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