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ZERUBIA, TRAGICA FATALITA'

 

 


 

Ajaccio, giovedì 2 Maggio – Mortale incidente al 29° Rally della Corsica partito questa mattina da Ajaccio. Il pilota della Lancia Martini, Attilio Bottega, è uscito di strada al primo chilometro della 4° speciale della prima tappa (è la Zerubia-Santa Giulia di 30 Km.) ed è deceduto sul colpo. Il navigatore Maurizio Perissinot è rimasto invece illeso. L’incidente è avvenuto poco dopo le 10:45. A quell’ora Attilio Bottega con la Lancia Martini numero 4 aveva preso il via la 4° speciale. Poco più di 1  Km dopo il via la vettura deve affrontare un curva a destra a cui segue un breve rettilineo, un’altra curva a destra molto stretta che s’innesta immediatamente con una curva sinistra. Ad un certo momento l’auto sbanda andandosi a schiantare contro un albero dopo uno balzo di 4 metri. L’impatto è tremendo, il tetto della vettura si accortoccia. Per il pilota non c’è scampo. Quando i soccorsi arrivano, i medici accerteranno che la morte è stata immediata.

 

Addio campione! Com’è lontano il giorno in cui il destino volle che ci incontrassimo. Era una mattina d’autunno sulla pista dell’Aeritalia. L’anno, il 1977. Da qualche settimana s’era concluso il 1° Trofeo –A112- e ti apprestavi a ricercare il –simbolo- della tua sudata vittoria, senza sapere che in quel momento si compiva un segno del destino: saresti diventato l’emblema per tanti giovani che si avvicinavano al gallismo e che ti avevano a loro ideale modello. Sulla pista una Stratos. Tutt’intorno responsabili del Trofeo, meccanici, dirigenti del Gruppo Fiat ed una sparuta schiera di cronisti. Arrivasti a braccetto del tuo navigatore. La ricordiamo ancora timida Isabella che al tuo fianco aveva vissuto tante gloriose battaglie sportive.  Ti presentasti con disinibita timidezza quasi temendo che il tuo nome, in una città dalle tradizioni calcistiche, potesse suonare stonato alle orecchie di tana gente, abituata ad un altro Bottega. Provenivi da Molveno e la passione per il rally era connaturale, perché propria dei –veneti- che ben poco concedono alla dialettica. Assai più ai fatti. Pochi i convenevoli, poi la presa di possesso della vettura che Sandro Munari aveva portato al titolo di campione del mondo e che stava rilevandosi la –regina dei rally-. Salii al tuo fianco per quel giro di pista e cercai in quei brevi ma intensi minuti di scoprire l’essenza della tua personalità. Eri un freddo o piuttosto concedevi parecchio allo spettacolo per dimostrare, al volante, la tua bravura e giustificare (se ve ne fosse stato il caso) la portata del successo?

La prima impressione fu quella di una grande professionalità, seguita immediatamente dalla naturale spontaneità nella guida. Lavorando sul cambio con l’occhio fisso su quella –selva- di birilli bianco-rossi che creavano improvvisi ostacoli sulla pista, ad ogni manovra, mi spiegavi il perché e il per come impostavi curve a chicane. Era evidente in te la preoccupazione di fugare dalla mia mente ogni possibile residuo di timore. Il talento del campione si evidenziò anche in questo test di qualche minuto. Poi il salto di qualità. Ti ritrovai tre anni dopo al Montecarlo. Ti avevano affidato una Ritmo e di fronte a tanti –mostri- -sacri- del rallysmo mondiale eri riuscito ad imporre la tua classe. Risultasti sesto assoluto e, nello stesso tempo, portasti la Ritmo a vincere con un limite record ed una prova speciale. Era la credenziale indispensabile ed obbligatoria per entrare nel –ghota- dei grandi campioni. Il salto di qualità s’era concreato. A fianco di campioni patentati come Alen e Rohrl, tu –montanaro- del Trentino eri riuscito a forgiare una nuova personalità tecnica, nella quale comunque la modestia e la tecnica restavano i le due doti più connaturali. L’escalation nella scala dei valori internazionali confermava le primissime impressioni e consegnava all’Italia, da troppo tempo alla ricerca l’erede di Sandro Munari, il –drago di Cavarzere- ora che la sua eredità era affidata in ottime mani e che mai, appartenendo alla stessa razza veneta, sarebbe stata in qualche modo disattesa. Poi il primo segno ammonitore del destino. Proprio in Corsica, tre anni fa, sulle stesse strade che dovevano troncarti la carriera, prima ancora che tu, aquilotto trentino, raggiungessi il tuo punto massimo. Un gravissimo incidente, il rischio mortale evitato soltanto per la perizia di un medico italiano che, strappandoti al collega corso ed avvolgendoti in un –lenzuolo- di polvere antibiotica, con un volo urgentissimo, al C.T.O di Torino. Lunghi mesi di degenza, le carni martoriate dai ferri chirurgici, ma sempre la stessa, indomita volontà di tornare alle gare. Quando i medici ti diedero l’ok per la preparazione fisica ti gettasti a capo fitto in un lungo e faticoso lavoro di recupero per riprendere quel posto in squadra che ti spettava di diritto. Eri tornato alle corse un anno fa; ed anche se l’immagine di quel terribile impatto era ancora presente nel tuo subconscio, hai voluto riprendere il volante sulle strade dell’isola napoleonica.”E’ il rally più bello del mondo” dicevi ad un giornalista francese che invano,  dopo l’amarezza per la vittoria che ti era sfuggita in mano, intendeva farti affermare che –maledivi quelle strade, che odiavi quella corsa-. Impossibile da te una simile confessione. Sarebbe stato un atto di accusa che avresti pronunciato, perché nell’animo dei montanari non c’è spazio per simili argomentazioni. La legge della montagna è dura, altrettanto quella dello sport che tu ben conoscevi questo comandamento nella quale lealtà e onestà sono i pilastri assoluti della personalità di ciascun uomo.

Avevi avversari, come ogni campione, ma nessun nemico. Di poche parole e di grande modestia, avevi saputo infondare su ogni avversario quel senso di totale rispetto che ogni uomo ha nei confronti dei propri simili quando si percorrono le medesime strade e si è imbarcati sulla stessa nave.

L’aggressività comparata alla tua classe non prendeva mai in considerazione il rischio, solo per il rischio, ed anche questa era una prerogativa che ciascuno di noi aveva saputo apprezzare nelle tue performances. Ed eri consapevole anche che la percentuale del rischio legata ai rally non si poteva eliminare se non compromettendo l’immagine stessa del pilota vincente. Più a volte avevi sottolineato la tua consapevolezza del rischio, ma sempre avevi aggiunto che”soltanto il caso” può determinare il peggio. Oggi direi il fato, perché soltanto il destino ha determinato la tragedia per la quale il mondo dei rally ti piange.

Un fato tremendo, ineluttabile e perverso che ha voluto stroncare il tuo volo laddove meglio sentivi di poter affermare la tua personalità. Nell’isola che più amavi, che meglio ti esaltava, Una frazione di secondo, neppure il tempo di avvertire l’amico Perissinot di un qualcosa che non andava per il verso giusto ed il terribile schianto contro l’albero della maledizione.

Sulle strade dove stavi cercando la tua rivincita, maledettamente il destino ha preteso la sua. Una durissima, atroce rivincita. Con un prezzo altissimo che ci lascia sgomenti e che ci schianta, perché è difficile immaginare il vuoto che improvvisamente s’è creato e la disperazione che è subentrata in tutta la gente. Anche quella che non ti conosceva, che a malapena aveva sentito il tuo nome e ti abbinava ancora con il calciatore. Ma quando la Parca recide così drammaticamente il filo della vita, non si può non essere sgomenti, non porci delle domande alle quali mai nessuno saprà risponderci. Addio campione. Ti ricorderò sempre quella mattina d’autunno in un’atmosfera di gioia contenuta e di tanto calore umano. Lo stesso che sempre hai saputo dare a quanti ti sono stati vicini e ti hanno amato come il bene supremo della loro esistenza.

Giovanni Bergese

 

 

Attilio, ti ricordiamo per questo

 

 

 

Di solito, quando si fa un’intervista, è buon uso mettere anche una tabellina che riporta i dati biografici ed i principali risultati dell’intervistato. Questa volta, credete, ci appare assai difficile scrivere di cosa ha fatto nella sua carriera e chi era Attilio Bottega. Preferiremmo fermare il nostro ricordo a quella gara dello scorso inverno in cui lui fece un gesto di stizza quando noi, più con lo sguardo che con la parola, gli chiedemmo:”Quando ci darai la prima vittoria?”.

Non voleva sentirne parlare. Troppa era la sua professionalità, la consapevolezza dei suoi mezzi, la convinzione che se il successo assoluto non era ancora arrivato questo doveva essere ascritto ad una serie di motivi che nulla avevano a che vedere con le capacità di guida. O, forse, era un semplice rifiuto a cedere ad una pressione psicologica che avrebbe anche potuto togliere tranquillità, naturalezza al movimento e di comportamento che sono presupposti essenziali per dare il meglio di se stessi.

E lui Attilio, nato a Molveno (Trento) il 19 Febbraio del 1953, sposato con Isabella e padre di Alessandro e Angela, aveva sempre dato il meglio di sé stesso. Fin da quando, ai tempi del Trofeo A112, tentò la via del professionismo dopo esperienze sporadiche ma già incisive nel Triveneto. E la vittoria nel marca Fiat, ottenuta nel 1977 in coppia anche con la moglie Isabella, lo lanciò nella carriera professionistica. Lui poi dimostrò subito, nella gara gran premio di Aosta, di saperci fare anche con vetture da assoluto.

Attilio arrivò secondo, con la Stratos, dietro Sandro Munari. Stava nascendo una stella mentre ne tramontava un’altra. Dopo un ’78 interlo cutorio ma ricco di bella prestazioni nel ’79 Bettega è secondo in campionato italiano vincendo con la 131 il Costa Smeralda, il Quattro Regioni,Biella e Val d’Aosta. Nell’80 entra nella scena mondiale e lo fa a modo suo, cioè stupendo tutti. A Montecarlo, con la Ritmo gruppo 2, è sesto ma sul Turinì pieno di neve e gente che si agita per lui, fa il miglior tempo. Una prestazione che verrà ricordata sempre. Con la 131 passa due anni,’80 e ’81, ricchi di belle promesse. Manca solo il successo, che in tanti gli pronosticano ma che non arriva. L’82 è la stagione della 037, ma lui ha il primo incidente in Corsica nel quale si ferisce gravemente e deve stare lontano dalle gare quasi un anno. Torna, nell’83, proprio in Corsica. Servirà a scacciare i fantasmi? Bottega non delude e manca la vittoria per qualche problema ed un Alen grandissimo.

Anche il 1984 lo vede impegnato ad alto livello ma ottiene il successo nel raaly di Monza, tornando all’assoluto dopo anni di digiuno. Poi arriva l’85 e con il debutto stagionale in un Safari dove lui va subito fortissimo dimostrando ancora una volta che razza di campione è.

Biasion scalpita, è giovane, vuol arrivare, ma lui non si scompone. Ed in Corsica parte per vincere. E’ la sua gara, ha un conto in sospeso. Invece, per cause che forse non sapremo mai, un albero infrange i suoi sogni e, con essi, spegne per sempre quei due occhietti pungenti e vivaci. Attilio non c’è più e non siamo qui per ricordare la sua vita, la sua storia, che cosa ha fatto e che cosa non ha fatto. Di quella sera, quest’inverno, in cui lui ci confessava che i rally stanno diventando troppo pericolosi.

Noi non vogliamo ricordarlo per uno che non ha mai vinto una gara di mondiale, ma semplicemente per quello che era. Un campione un tantino sfortunato. Ma grande, e forte. Proprio come e quando andando a trovarlo al C.T.O di Torino dopo il primo grave incidente in Corsica, lo trovammo che dormiva come un angioletto, vegliato da Isabella. E, svegliatosi, con le ossa tenute insieme da bende e ingessature, dopo un incidente che avrebbe spezzato il morale e la resistenza di chiunque, ci racconto con freddezza e precisione l’incidente. Per poi mangiarsi un piatto abbondante di pasta con il sugo. Non è mica vero che gente così muore

Sergio remondino

 

 

in squadra era di grande esempio per tutti

questa una delle dichiarazioni di cesare fiorio dopo la scomparsa di bettega

 

 

Sgomento, costernazione, incredulità, dolore. Queste le prime impressioni raccolte attraverso le testimonianze di quanti hanno conosciuto Attilio Bottega nella sua breve ma già luminosa carriera agonistica. Cesare Fiorio direttore sportivo del team Lancia: “Non potrò mai dimenticare Attilio, né come pilota né come uomo. Avevo incominciato ad apprezzare le sue doti naturali di pilota quando ebbi la ventura di seguirlo in alcune gare del primo trofeo A112. In quel ragazzo silenzioso e modesto scoprii immediatamente il talento del futuro campione. Ed i fatti in tutti quest’ anni mi hanno dato ragine. L’ho sempre considerato il potenziale erede di Munari e non ho mai avuto occasione di ricredermi. In squadra era di grande esempio per tutti. Sapeva adeguarsi alle necessità del team con grande consapevolezza. Sinceramente non so capacitarmi della sua drammatica fine. Aveva provato e riprovato il percorso ed amava in modo particolare il rally della Corsica, anche se tre anni orsono era stato protagonista di un tremendo incidente. Quelle strade strette, dove la perizia nella guida è assoluta, lo esaltavano tanto da consentirgli performances di tutto rilievo.

Anche nelle prime battute di questo rally, Attilio era stato all’altezza della sua fama, tanto da concretizzare subito quello che era il suo grande sogno:cogliere nell’isola napoleonica la sua prima vittoria mondiale. Non potrò mai dimenticare il suo volto, sempre pronto a lottare per il bene di tutta la squadra; un volto che dimostrava tutto il suo valore, e sia una p.s, sia fra amici. Uomini (e piloti) come Bottega lasciano un segno, perché undici e difficilmente eguagliabili”.

Dai box Alfa Romeo dell’autrodomo di Imola, giunge la testimonianza di Sandro Munari, -vate- dei rally-men italiani.: “Ho avuto poche occasioni per poterlo conoscere a fondo; quando Attilio entrò in seno alla famiglia Fiat-Lancia , io ne stavo praticamente uscendo. Lo stimavo comunque molto come pilota e, soprattutto come uomo. E’ una perdita incolmabile per tutto il rallysmo italiano  ed internazionale, ma è una perdita che deve far riflettere. Occorre riflettere sulle macchine da 400cv che passano in stradine anguste in mezzo ad un muro di folla:fare una prova speciale, con la tecnologia moderna, è un terno al lotto. Qualcosa deve cambiare per forza”.

Roberto Angiolini, patron della scuderia Jolly Club, non ha mai avuto Bottega fra i suoi piloti, ma il ricordo è medesimo:”Sereno, quasi mai adirato, serio professionista. Così lo ricordo Attilio Bottega era abituato a lottare, sia nella vita che a bordo di una macchina; nulla lo intimoriva, era forte e tenace come tutta la gente”.

Anche Maurizio Verini, campione italiano 1974, non ha parole: “Era stato il mio successore in seno alla Fiat. Stimavo molto Bottega, soprattutto per quella sua riservatezza che lo rendeva diverso da tutti gli altri. Era un grande pilota, con un avvenire sicuramente iridato. E’ una grave perdita per la scena rallystica italiana. Rimango tutta via perplesso di fronte a chi reputa pericolosi oltre misura i rally: sono competizioni e come tali hanno la loro parte di pericolosità, ma non così esasperata come sostiene qualcuno. Attilio Bottega rimarrà sempre impresso nella mia memoria, e con lui le immagini della Corsica, quella Corsica che tanto lui amava e che gli è stata fatale”.

Sulla stessa sintonia, le testimonianze raccolte in terra francese, durante lo svolgersi del rally. Markku Alen, prima guida del team Lancia Martini:”Sappiamo benissimo che un incidente può sempre succedere, è nel nostro destino, ma quando accade nessuno è preparato. Da quando Attilio era arrivato in Lancia avevo imparato a conoscerlo: era un uomo splendido e un professionista sul lavoro. Era capace di provare un’infinità di volte lo stesso tracciato solo per guadagnare pochi centesimi; era da esempio per tutti noi. Quando ho visto la vettura non ho retto, ho dovuto andarmene, non ce la facevo. Ho avuto tanti compagni di scuderia ma un uomo come Bottega sarà difficile incontrarlo un’altra volta.

Ancora più costernato il –leader- Peugeot, Ari Vatanen:”E’ assurdo, penso alla moglie ed ai bambini di Attilio. Per loro sarà difficilissimo, inumano. Non voglio pensare al lato tecnico della cosa;quando succedono incidenti del genere sapere come e perché è successo conta fino ad un certo punto:è successo ed è atroce. Ciao Attilio, ti ricorderò sempre. Sono un credente e per questo sono sicuro che Bottega sia nella parte migliore del Paradiso:se lo merita”.

Poi la testimonianza diretta, di Maurizio Perissinot, il co-driver di Bottega, colui che ha vissuto il dramma in prima persona: “Non riesco a capacitarmene :Attilio na ha detto nulla, neanche un lamento. Alla fine della discesa mi sono voltato ed ho visto la testa di Attilio imprigionata nel roll-bar:non si muoveva, non mi rispondeva…Non chiedetemi un giudizio su Attilio, ho vissuto troppo tempo gomito a gomito con lui e con la sua famiglia per esprimermi: non avrò mai un altro _amico pilota_ come lui. Sarà impossibile”.

Queste dunque le testimonianza di chi ha lavorato e vissuto a contatto con Attilio Bottega, di chi lo ricorda come pilota ma anche come uomo. Perché proprio come uomo e come amico pilota di Molveno si era fatto apprezzare nel difficile mondo dei rally. E come uomo ed amico, ancor prima che come pilota, non lo vogliamo ricordare.

michele bergese

 

 

MOLVENO, PIANGE ATTILIO

 

GRANDE COMMOZIONE AI FUNERALI DEL CAMPIONE. TUTTO IL PAESE SI  E’STRETTO ATTORNO ALLA MOGLIE DI BETTEGA IN QUESTO TRISTE MOMENTO. UN’ENORME FOLLA HA ACCOMPAGNATO ATTILIO.

NUMEROSISSIMI GLI ESPONENTI DEL MONDO DELLE CORSE:DA CESRAE FIORIO A MARKKU ALEN, DA VUDAFIERI E TONY E TUTTI I MECCANICI ED I TECNICI DEL TEAM LANCIA MARTINI.


 

 

 

Molveno-Tanta, tantissima gente: un folla immensa si è radunata sabato 4 Maggio a Molveno, non c’era anima viva. Negozi, ristoranti ed alberghi, tutti con le saracinesche abbassate. I balconi delle case vuoti come se tutti gli abitanti del grazioso paese trentino, noto per la sua ospitalità ed il turismo in continua espansione, volessero rimanere soli nel loro grande dolore. Molveno, fermo, paralizzato, impotente dinanzi ad una simile tragedia; il beniamino locale,il campione dei rally, il “bocia” ed ancora “l’alpin”, così erano soliti chiamare il povero Attilio, non c’era più. E non avrebbe più sorriso, né scherzato con tutti gli amici.

“Attilio in questo viaggio ti accompagnera in nostro affetto. Tu resterai vivo tra noi nello splendido ricordo che hai saputo lasciare”, portavano scritto i manifesti affissi in tutta la valle di Molveno e Andalo per volere di tutti gli sportivi ed amici del pilota scomparso. Molveno immobile, tutto stretto attorno alla famiglia Bottega, in questo durissimo momento. D’improvviso il paese si anima, sono le due del pomeriggio, comincia ad arrivare tanta gente: volti noti e sconosciuti, ma tutti con il desiderio di portare l’ultimo abbraccio al povero Attilio ed tutta la sua famiglia.

Non mancava praticamente nessuno e, d’altronde, sarebbe stato difficile stilare un elenco dei presenti o dei pochi, pochissimi assenti. Alle 15:00 il corteo funebre parte dall’abitazione dei Bottega, situata ad un paio di chilometri dal paese, in mezzo ai boschi e davanti al lago: posti che Attilio amava moltissimo e dove si rifugiava per stare assieme alla famiglia ed agli amici appena gli impegni agonistici glielo permettevano. Davanti a tutti, il tricolore listato a lutto con tanti bambini di Molveno, tutti tifosi di Attilio e poi le corone di fiori portate a braccia dagli amici e dai meccanici del reparto corse Abarth (giunti a Torino con un pullman nella tarda mattinata). Tantissimi fiori, tra cui spiccavano quelli del team Lancia Martini, di Virgilio e Sandra Concreto, della C.S.A.I, dei compagni di liceo di Attilio, di Giorgio Pianta, dell’ufficio stampa Lancia, delle associazioni sportive di Molveno e Andalo, dell’azienda di soggiorno di Molveno e dell’associ operatori turistici di Molveno, Andalo e Fai della Raganella. Tantissimi fiori e dietro a questi il carro scortato dalla guide alpine di Molveno e poi la moglie Isabella (i due figli di Attilio, Alessandro e Angela sono rimasti a Trento dai genitori di Isabella ed ancora non sanno della tragica fine del loro papà, del loro campione!) la mamma di Attilio, signora Maria, e le due sorelle, Elena e Silvana. A finco di Isabella, Icio Perissinot e Markku Alen e dietro a loro tantissima gente tra cui Ikka Kiwimaki, Massimo Biasion, Tiziano Siviero, Mauro Pregliasco, Egry Bartolich, Lele Pinto, “Lucky”, Tony Carello, Gianfranco Cunico, Tonino Tognana, il presidente segretario generale della C.S.A.I. Fabrizio Serena, Erasmo Saliti, Cesare Fiorio, Giulio Pensi (il “papà” del Trofeo Autobianchi A112 Abarth che nell’ormai lontano ’77, aveva lanciato il giovane Attilio bottega), Gianni Del Zoppo, Benigno Bartoletti, Claudio Bartoletto, Ad artico Vudafieri, Pierluigi Pomelli, Max Sghedoni, Vittoria Caneva e Paolo Baggio. Il corteo si fermava dinanzi alla chiesa parrocchiale di San Carlo Borromeo, dove la salma, scaricata dal carro funebre, veniva portata a braccia dagli amici di Attilio all’interno della chiesa dove il parroco, don Ernesto Fredizzi, officiava il rito funebre. Don Ernesto parroco di Molveno ma anche amico della famiglia Bottega, ha sottolineato durante la breve omelia la grande umanità del campione:” Un uomo prima di tutto – ha detto Don Ernesto – che amava la sua famiglia e che svolgeva il suo lavoro sempre nel miglior modo possibile, con spirito di sacrificio, ma con tanta buona volontà e con la classica tenacia dei trentini e dei montanari. Un uomo consapevole dei rischi del suo mestiere: ogni volta che partiva da casa per una corsa avvertiva sempre la moglie dei pericoli ai quali poteva andare incontro e lka pregava di pensare a se stessa ed ai figli in primo luogo, di continuare nella loro educazione. Questo chiedeva Attilio!”.

Una giornata strana nemmeno il sole si è fatto vedere per illuminare la bellissima conca di Molveno. Una giornata che i tifosi ed amici di Attilio non avrebbero mai voluto vivere. Avrebbero certamente voluto una giornata vittoriosa, perché il loro campione in Corsica poteva cogliere finalmente quel successo in una gara valida per il campionato del mondo che ancora mancava nel suo palmares.

Una giornata che si è conclusa con l’ultimo viaggio di Attilio verso il cimitero di Molveno, accompagnato dai familiari e da tutti i presenti, gli amici, quegli stessi amici che adesso faticheranno non poco per ritrovare la serenità.

Il mondo Automobilistico ha pianto il suo campione, quello con il quale era sempre festa stare assieme. Nessuno potrà mai dimenticare la sua figura e soprattutto quel segno indelebile lasciato da lui in tanti anni di attività agonistica.


 

Ciao Attilio!

 


 

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