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"ATTILIO DICIASETTE ANNI FA" Rally Sprint n .5 2002 - Guido Rancati


La sveglia è suonata all'alba,insistente e fastidiosa. Ma uno ha provato a far finta di niente. Come un automa ha sollevato la cornetta del telefono, l'ha posata sul tavolino e s'è girato dall'altra parte. Capita, quando gli occhi proprio non vogliono aprirsi e la voglia di rubare qualche minuto è irresistibile. Poi qualcuno ha bussato alla porta e anche lui è saltato giù dal letto. Il tempo di una doccia, quello di infilare in una borsa i ferri del mestiere ed è uscito dall'albergo. A passo svelto, per contenere il ritardo e non sentirle dagli altri. Il gruppetto è multinazionale: uno spagnolo, un portoghese e un italiano. E' affiatato. Tutti per uno e uno per tutti, sempre. Alle assistenze disseminate nei trasferimenti ci si separa per qualche minuto e quando si torna insieme ci si scambia informazioni e impressioni. Quello grande, grosso e barbuto ha deciso di guidare e s'è già messo al volante. Si parte. Da Ajaccio verso Petreto, su una nazionale tormentata e tormentosa, al galoppo per rispettare il piano preparato la sera prima al ristorante. Nella prima speciale capita quasi sempre qualcosa, meglio essere intorno ai furgoni delle squadre di punta prima che arrivino i piloti. La quarantina di chilometri che apre le danze conferma la regola. Guy Fréquelin annuncia via radio che il motore della sua Manta ha detto basta, mentre un problema elettrico ha già stoppato la 205 Turbo 16 di Timo Salonen e pure la Peugeot di Bernard Darniche è già ferma. Al check-point Audi, Walter Rohrl annuncia di non aver nessuna voglia di continuare: ha finito la prova con un disco dei freni rotto e considerato che gli era capitato la stessa cosa alla vigilia, dice basta. "Dovevate vedere la sua faccia mentre discuteva con Roland Gumpert. Non l'avevo visto mai visto così arrabbiato", informa il lusitano. L'italico ha un quadretto più sereno da descrivere. In servizio al campo della Lancia ha visto l'aria soddisfatta di Cesare Fiorio, ha preso nota dell'euforia con la quale ha commentato la prestazione di Attilio Bettega"Si è presentato alla sua maniera, questa è la sua gara", così ha detto lo stratega torinese scoprendo che al trentino è stato attribuito lo stesso tempo di Jean Ragnotti, il migliore. Ne lui, ne nessuno ancora può sapere che in realtà il trentino è stato una decina di secondi più lento del francese e che l'errore di trasmissione è destinato a essere corretto di lì a poco. Anche l'hispanico racconta qualcosa, ma ai suoi compagni di viaggio non resta in testa. L'unica cosa che riescono a registrare è solo una domanda vagamente imbarazzata: "Adesso si torna alla base, vero?". No che non si torna, la gara punta a nord e le prove sono in linea. E invece, accidenti, si deve proprio invertire la marcia. Ha lasciato la valigia in camera, nessuno se la sente di chiedergli di stare tre giorni con la stessa roba addosso. Tutti per uno. La stessa strada, le stesse curve da aggredire in senso inverso. Ancora più in fretta di prima. Fino al posteggio di Campo dell'Oro, a due passi dal quartier generale del rally. Nel tratto fra Zerubia e Santa Giulia c'è stato un incidente, la quarta prova è stata sospesa. Amplificata dagli altoparlanti, la voce del responsabile della sala stampa esce dalla palazzina della Camera di Commercio. E' un pugno nello stomaco. Altre informazioni spezzettate, frammentarie: "La vettura coinvolta è la Lancia Rally numero 4, quella di Attilio Bettega e Maurizio Perissinot... I soccorritori sono intervenuti in pochi minuti... Il copilota è incolume... Il pilota sta per essere trasportato in ospedale...". Brandelli di verità e una pietosa bugia. Quello che è stato faticosamente estratto dai resti della "Zero" è un corpo ormai senza vita. Bettega è morto sul colpo. Il rally del trentino è finito sì e no un chilometro dopo l'inizio della prova, in un allungo fra una destra lunga da quarta piena e una destra che chiude. La gara continua. Senza Markku Alen e poi anche senza Miki Biasion, ma continua. Lo spagnolo ha recuperato il bagaglio e insieme al portoghese si rimette tristemente in macchina. Non vorrebbero lasciar solo l'italiano, gli chiedono di seguirli. Insistono. Inutilmente. Al diavolo il lavoro, al diavolo tutto. Lui pensa all'amico vero che non vedrà mai più e ad un altro amico che prima o poi rivedrà e chissà se riuscirà a dirgli qualcosa. Pensa a Isabella la dolce e la forte che a Molveno ha dato un bacio a Alessandro e ad Angela e sta andando a Verona dove c'è un aereo privato che la porterà ad Ajaccio. Vaga fra gli oleandri e i ricordi. Inebetito. Un'ora, forse due e una voce indistinta: " Perissinot è sulla terrazza dell'hotel, solo... ". Un saluto e un sorriso. Parole biascicate, mezze frasi a rompere un silenzio per tutti e due troppo duro da reggere. "Non mi sono accorto di nulla, prima dell'impatto contro gli alberi ho appena intuito che l'auto stava scivolando verso l'esterno. Quando tutto è finito, ho chiamato Attilio e lui non mi ha risposto... Ma lui è una roccia e anche questa volta ne verrà fuori, qualche settimana e saremo di nuovo in corsa ". Nessuno ha ancora detto a Icio la verità, non apertamente. E tuttavia sa che il suo compagno di tante avventure questa volta non se l'è cavata. Pur se si rifiuta di ammetterlo. Per non essere costretto a farlo, non chiede niente. Rinvia il momento di telefonare a casa e finge di non accorgersi del calcio alla caviglia che s'è beccato il povero cameriere che ha solo tentato di esprimergli il suo dolore, di dimostrargli tutta la sua partecipazione. Ignora il maldestro tentativo di cambiare discorso e torna a far progetti. Per ore che sembrano giorni, fino a quando sono i suoi a chiamarlo. " Lo sapevo ", mormora al cronista che si offre di aiutarlo a rimettere le sue cose in valigia. Finalmente ci si può guardare negli occhi. Il sole sparisce e la penombra pare portare sollievo a tutti. Ai piloti che hanno continuato e agli addetti ai lavori che li hanno seguiti fino a Bastia e non ne possono più di fare le cose di sempre. Anche a quelli che hanno gettato la spugna senza chiedersi se era giusto o sbagliato: lo hanno fatto e basta. E' solo un'illusione, arriva la notte e ciascuno si trova solo con i suoi pensieri. I suoi incubi. L'italiano si gira e si rigira nel suo letto, al buio. Accende una sigaretta, poi un'altra e un'altra ancora. Al primo squillo, afferra la cornetta sperando che una voce masterizzata gli annunci che la notte è finita. Non succede, a chiamarlo è Sergio Cresto. Che vuol sapere, che vuol soprattutto parlare. Due settimane prima, in Sardegna, c'era lui a dividere l'abitacolo di una Lancia Rally con il pilota dal sorriso triste, pochi giorni e insieme sarebbero volati in Bulgaria per riprendere ad inseguire il titolo europeo. Dolore e rabbia. E finalmente le lacrime. In Corsica, a maggio. Diciassette anni fa.

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