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Attilio Bettega e Henri Toivonen perirono in gara a bordo delle loro Lancia ufficiali; i due incidenti avvennero a un anno di distanza, ma c'è una terribile serie di coincidenza che lega fra loro queste due tragedie.Entrambi morirono durante il Tour de Corse nella stessa data, il 2 maggio (1985 per Bettega, 1986 per Toivonen); la Rally-037 di Attilio e la Delta S4 di Henri avevano lo stesso numero di gara, cioè il 4. Tutti e due i piloti prima delle rispettive tragedie erano saliti sul podio al rally Costa Smeralda, dove entrambi l'anno prima ebbero brutti incidenti (1984 per Bettega, 1985 per Toivonen).
Sergio Cresto, copilota di Toivonen morto con lui nell'incidente, era stato anche il navigatore di Bettega, il cui copilota, Maurizio Perissinot, invece sopravvisse. Infine, entrambi lasciarono orfani due figli: Alessandro ed Angela Bettega, Markku ed Arla Toivonen.

 


Per ricordare Henri....


Il Tour de Corse iniziò il 2 maggio. Henri soffriva di influenza, ma insistette per guidare. Anche in stato semicomatoso, riusciva ad ottenere i tempi più veloci ad ogni prova. Ne' i concorrenti ne' gli spettatori si capacitavano di come Henri, in questo stato di salute, ben lontano dalla forma, potesse riuscire ad ottenere tali risultati. Ma non durò per molto. Al settimo chilometro della diciottesima gara, la Lancia usci inspiegabilmente di strada, e piombò in un dirupo. Il serbatoio, di alluminio, fu danneggiato dagli alberi mentre la macchina rotolava giù per la scarpata, e la Lancia esplose dopo essere atterrata sul tetto.
Nuvole di spesso fumo nero indicavano il punto dell'incidente, ma nelle vicinanze non c'erano ne' giudici di gara, ne' spettatori a poter fornire assistenza. Henri e Sergio morirono nel rogo ancora allacciati ai loro sedili.
Nessuno si accorse dell'incidente a fine prova, ed il team si rese conto che qualcosa non andava solo perchè non videro la Lancia uscire dalla prova. Solo quando la macchina successiva arrivò al traguardo, e i piloti raccontarono del fumo nero che avevano visto al settimo chilometro tutti realizzarono che doveva essere successo un incidente. Ma era troppo tardi. Quando i soccorsi giunsero sul luogo dell'incidente era troppo tardi. Gli alberi su cui la macchina si era adagiata erano così secchi ed asciutti che avevano contribuito ad alimentare il fuoco, insieme al vento. La macchina era talmente distrutta che gli ingegneri ed i tecnici della Lancia non poterono determinare la causa dell'incidente. Così rimane un mistero la dinamica dell'incidente che e' costato la vita di Henri Toivonen e del suo copilota, Sergio Cresto.
E' stato un problema alla macchina, o furono le condizioni di salute di Henri a fargli perdere il controllo di una macchina con 550 cavalli di potenza su una delle strade più pericolose d'Europa? Non lo sapremo mai... e forse non vogliamo neanche saperlo.... aumenterebbe solo il dolore causato da una così tragica perdita per il mondo del rally.

Il supplemento per il 40° anniversario di Autosport parlò dell'evento in questo modo: "Il mistero circonda la morte di Henri Toivonen e Sergio Cresto al Tour de Corse 1986: nessuno ha visto la macchina volare giù dalla scarpata, ed era tale l'intensità del conseguente incendio che non c'erano indizi tra i rottami dell'auto. Il giorno, 2 maggio era già noto agli appassionati di rally per la morte, avvenuta l'anno precedente, di Attilio Bettega, sempre durante la gara di Corsica. Le conseguenze dell'incidente di Toivonen furono immediate. Nel giro di poche ore il presidente FISA, Balestre, chiuse definitivamente l'era del Gruppo B. Henri si affacciò alla scena mondiale nel 1980, vincendo il RAC Rally con una Talbot Sunbeam Lotus. Il talento innato c'era, ma una specie di impazienza, ed una infantile ed aggressiva voglia di vincere a tutti i costi gli impedirono di condurre una gara fino al momento in cui iniziò a gareggiare con la Lancia. Il carattere c'era, ma non c'era maturità. Alla vittoria al debutto con la Delta S4 al RAC seguì la vittoria al Monte Carlo. Ed in Corsica la macchina n. 4 era predominante, con più di due minuti accumulati durante il secondo giorno e tuttavia sempre all'attacco, nonostante Henri fosse debilitato da una brutta influenza fin da prima della gara. Alle tappe di riposo, il ventinovenne appariva confuso. Come facesse a guidare così velocemente era inspiegabile. Un mistero che il Finlandese avrebbe svelato solo alla fine della gara quando, rilassato, avrebbe raccontato quelle storie di strada che i giornalisti amano tanto. Invece, il mistero e' rimasto. Non c'era mai stato un giorno più nero di quel mattino di maggio. La notizia dell'incidente fu accolta dai meccanici Lancia da un silenzio incredulo. Giunsero notizie frammentate, e quando si seppe la verità gli amici di Henri piansero apertamente. Abbiamo perduto tutti un caro amico. Il giorno seguente la FISA cancellò il motivo per cui lui era stato là. (cancellò le gare del gruppo B, n.d.t.) Le cose non potranno più essere più le stesse.... "


E per ricordare Attilio....

1985 - Ajaccio
«Ciao, roccia».
Dalla parti di Petreto, appena dopo la prima prova speciale del ventinovesimo Tour De Corse, intorno ai furgoni lancisti c’è il solito ordinato disordine: uomini in tuta, in corsa contro il tempo per controllare anche quello che non si rompe proprio mai e uomini in camicia e golfino ad annotare i tempi e a tener d’occhio gli appassionati locali che a lasciarli fare si infilerebbero dentro le macchine da corsa. Anche un drappello di cronisti da prima linea, disposti a quasi tutto per scambiare due parole con Markku Alen che queste parti ha già messo tutti d’accordo un paio di volte e Miki Biasion che non ha ancora vinto niente di veramente importante eppure è uno di quelli che può farcela. Ma soprattutto con Attilio Bettega che a dar retta a radio-rally ha vinto il primo sprint. Non è uno da comizi, però qualcosa di intelligente da dire la trova sempre. È uno al quale non si può non voler bene. E appena mi ha visto in mezzo al gruppetto multietnico ha giocato d’anticipo, ha detto a me quello che io stavo per dire a lui. Da un po’ di tempo fra noi ci si saluta cosi. Un tormentone iniziato sul lungomare di Arma di Taggia nell’82, due anni e mezzo fa.
Cinque mesi dopo il tremendo impatto nel quale si era frantumato chissà quante ossa era sceso in Riviera per tornare a respirare l’aria del mondiale e per far sapere che il peggio se l'era buttato dietro le spalle. Aveva ancora bisogno delle grucce, ma bastava guardarlo negli occhi per avere la certezza che sarebbe tornato a correre. Mi aveva colpito la serenità con la quale parlava dei suoi progetti e m’era venuto naturale dirgli che era davvero troppo forte, forte come una roccia delle sue montagne. Il paragone gli era piaciuto, per farselo ripetere mi aveva chiesto se intendevo che era fermo come uno scoglio.
«Ma stasera si dorme a Bastia?».
Il tempo di sentire Cesare Fiorio dire tutto il bene possibile del trentino e il collega spagnolo butta lì una domanda della quale se ne sarebbe fatto volentieri a meno. È il suo modo di annunciare che ha lasciato il suo borsone ad Ajaccio. La tentazione di scaricarlo davanti alla prima stazioncina è forte assai, ma prevale il fair-play e si punta il muso dell’auto sulla cittadina di Napoleone. La gara va a sud, verso Sartene, e noi si torna a ovest. Al galoppo, per non passare tutta la giornata a inseguire la testa della corsa. Quando finalmente ci si ferma davanti al Campo dell’Oro sono troppo frullato per consigliargli di prendere tutto quello che gli serve e anche per intimargli di far presto. Mentre si fa inghiottire dalla hall il portoghese che completa il trio latino gli urla dietro che ci si ritrova tutti in sala stampa, fra cinque minuti e non uno di più.
«La quarta prova speciale è stata sospesa…».
Il tono dell’annuncio diffuso dagli altoparlanti all’interno della permanence gela il sangue. Il tipo che parla dice e non dice: c’è stato un incidente poco dopo la partenza… la vettura numero quattro è uscita di strada… i soccorsi sono stati attivati immediatamente…
Per sapere di che macchina stia parlando e chi c’era dentro non c’è da scartabellare: è la Lancia Rally di Bettega e Perissinot. E se i commissarii hanno bloccato le partenze è chiaro che almeno uno dei due s’è fatto male.
Fra pause che sembrano durare ore e invece sono solo di pochi minuti, lo stillicidio di informazioni continua. I medici si stanno prodigando… Uno dei due componenti dell’equipaggio è incolume… La direzione di gara sta valutando la situazione per ricompattare il rally…
E chi se ne frega del rally. Voglio sapere di Attilio e di Icio. Gesù, ti prego.
«Lasciate la mia sacca da qualche parte, io resto qui».
Anche il portoghese e lo spagnolo sono scossi, lo siamo tutti. Tutti vorremmo fare qualcosa ma non sappiamo cosa e allora vaghiamo nella palazzina della Chambre de Commerce Ajacienne. In punta di piedi per non fare rumore, guardando per terra per non leggere negli occhi di un altro quello che intuiamo soltanto. Ma per quel che mi riguarda, ho deciso: fino a quando il puzzle di mille frammentarie notizie non sarà completo, non andrò via da lì.
Altre pause, altri silenzi. Poi la sentenza. Inappellabile e dura. Drammatica. Attilio Bettega non ce l’ha fatta. Il primo dottore ad arrivare fra i resti della sua Zero non ha potuto fare altro che constatarne la morte. La sua corsa terrena è finita a un migliaio di metri o poco più da Zerubia, in un allungo fra una destra veloce e una destra che chiude.
In una mattina di maggio, quando per andarsene ci vuole tanto, troppo coraggio. Non è tempo di canzonette, lo so. Eppure anche le parole scritte da Fabrizio De André riaffiorano insieme ad altre parole, a discorsi lasciati a metà. Ricordi nitidi, indelebili. Che adesso fanno male.
Penso a quell’impegno preso fra noi di continuare ad andare a frugare sulle bancarelle dei mercati per cercare le camicie e le magliette più improponibili. Alla sua promessa di svernare sulla costa ligure giusto per avere l’occasione di consumare le serate raccontando come fan tutti i vecchi di quella volta che…
«È strano, prima dell’impatto Attilio non ha detto niente».
Prelevato dall’elicottero lancista, Icio se ne sta seduto sotto la veranda del Campo dell’Oro con i suoi pensieri, i suoi dubbi, le sue angosce. È solo e nessuno gli ha ancora detto la verità, eppure sa già tutto. Ma vuole continuare a illudersi. Il cuore è più forte della ragione e dà fiato alle sue speranze. Fa finta di pensare a una stagione da raddrizzare e alle gare che verranno perché Attilio è forte e come ce l’aveva fatta qualche anno fa, ce la farà anche questa volta. Quel silenzio però lo preoccupa: chi sta leggendo le note può anche non rendersi bene conto che la situazione è fuori controllo, ma chi ha il volante fra le mani se ne accorge e d’istinto qualcosa dice. Magari soltanto un accenno di imprecazione, un sospiro più forte. E invece niente, il campione dal sorriso triste non ha fiatato.
L’uomo che gli era accanto ricostruisce la dinamica dell’incidente. Racconta di aver intuito che qualcosa non andava come avrebbe dovuto, di aver alzato la testa e di aver visto un palo della luce e un paio di alberi andar loro incontro. Frazioni di secondi, attimi. Poi il botto, pochi metri ancora e lo stop definitivo, appena oltre la carreggiata. Fa sapere di aver visto il suo pilota, il compagno di mille avventure, l’amico, immobile con la testa reclinata in avanti e bloccata dal roll-bar. Lo ha chiamato, non ha ricevuto risposta ed è schizzato fuori da quel che restava dell’abitacolo per cercare aiuto. È riuscito a fermare Bernard Beguin e François Chatriot ed è sicuro di aver urlato loro di fare qualcosa, di dare l’allarme. Poi s’è messo a correre contromano, per tornare all’inizio della prova, bloccare le partenze e fare intervenire l’ambulanza. Spiega che per lui è stato come tornare indietro nel tempo, di aver rivissuto gli stessi terribili momenti dell’82. Anche allora era toccato a lui urlare e sbracciarsi in cerca di aiuto per estrarre Bettega da una Zero devastata. E la speciale era stata sospesa solo una quarantina di minuti dopo lo schianto.
«Fra due minuti, vado».
Fra un caffè e una bibita mandata giù a forza è passata qualche ora, prima o poi anche le radio italiane daranno la notizia dell’incidente e vorrei tanto che Icio telefonasse ai suoi. Prende tempo: se non è la tazzina da vuotare, è la sigaretta da finire. O il conto da firmare. Per continuare ad allontanare il momento della verità, si aggrappa a mille scuse con la stessa disperazione che ci mette per non sentire i messaggi che gli arrivano dal cervello. Dice che sì, adesso va, ma è sempre lì.
Quando dalla portineria lo avvertono che c’è una chiamata per lui, si alza controvoglia. Andare in cabina e sollevare la cornetta gli costa una fatica immensa. Quando ricompare, comunica che dall’altra parte del filo c’era sua moglie. Ora che sa confessa che aveva capito tutto fin da subito. Quel silenzio, quella posizione innaturale del capo…
Dice di voler andare a preparare le valige e lo seguo in camera. In ascensore conferma che s’era accorto del mio maldestro tentativo di far star zitto un cameriere che voleva solo esprimergli il suo cordoglio e s’era beccato un calcione sotto il tavolo.
Ci guardiamo in faccia senza parlare. Non è più il tempo delle chiacchiere.

 


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