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SONO PASSATI DIECI ANNI DA QUEL TRAFICO VENERDì 2 MAGGIO 1986 QUANDO NELL’ENNESIMO TOUR DE CORSE DA CRONACA NERA PERSERO LA VITA IL FINLANDESE E L’ITALO-AMERICANO. UNA TRAGEDIA OGGI ANCORA INSPIEGABILE CHE DECRETO’ LA FINE NEL MONDO DEI RALLY DEI FAMIGERATI GRUPPO B. ECCO IL RICORDO DI DUE GRANDI CAMPIONI E I COMMENTI DI CHI CON HENRI E SERGIO HA DIVISO TUTTO: SOGNI, VITTORIE E DELUSIONI…

 

 

L’angelo biondo di Jyvaskyla ora sorride.”Destra 6, Sinistra 5”, e così via. Vola il principe dei –flyng finnis-. Vola col suo ciuffo sempre ben curato e quella faccia da ragazzo per bene. Guida e si diverte. In cielo, come in terra. Adesso niente lo può fermare. Quell’impossibile che ha sempre cercato di afferrare, a questo punto non lo tormenta più. Può far tutto. E il contrario di tutto. E’ così da dieci anni. No, Henri Toivonen non è morto. Il 2 Maggio del 1986 ha deciso di andar via. Ha staccato la spina. Ed è schizzato nell’Olimpo. La maledetta curva dalle parti di Corte non gli da nessuna scossa. Vede la Delta S4 affrontare quella sinistra che l’ha strappato alla vita ma non riesce a rabbrividire. Strizza l’occhio al suo compagno di sventura Sergio Cresto. La rifarebbe subito la speciale numero 18, la Corte Taverna, del Tour de Corse. La rifarebbe. Ma non possono. Di quei momenti, ricordano tutto. Quella curva, il volo giù in fondo alla carreggiata, l’esplosione. E il fuoco. Che l’ha rapiti per sempre. Sanno che non torneranno più dalla Corsica. Sanno che non rivedranno più i vecchi amici, i propri cari. Lassù nell’Olimpo Henri non vede più suo Papà Puli ad attenderlo a fine prova e si ricorda ancora di quella volta che perse la sfida col suo –maestro- nel 1976. Adesso spegne il motor, Toivonen. Anche Sergio sta zitto. Dall’alto, dall’infinito, Henri guarda la moglie Erja e i suoi bambini Arla e Markkus che crescono giorno dopo giorno. Piange.


 

 

IL PRINCIPE DEI FLYNG FINNING


 

 

Undici anni vissuti pericolosamente. Dalle distese di strade bianche infinite della terra dei Mille Laghi e dei Mille Salti, fino alle speciali di tutti i tipi e di tutte le razze del Mondiale Rally. Nato in Finlandia ad Jyvaskyla il 25 Agosto del 1956. Henri Toivonen aveva iniziato a pestare sul chiodo fin da piccolo. Le corse erano il suo pane quotidiano. A tavola in casa Toivonen, tra un piatto di salmone e uno di patate non si parlava d’altro. Con la sua faccia pulita lui rimaneva ad ascoltare imbambolato i racconti di suo padre. Pauli, un omone burbero e forte, che dei rally aveva fatto la sua professione. La passione gli esplose in corpo con potenza devastante. E iniziò a correre. A 17 anni. Era il 1975,Papà Pauli faceva fatica a plasmarlo. Lo redarguiva, lo sgridava. Ma lui continuava imperterrito a maltrattare quella Simca Rally 2 Gruppo 1 (la sua prima arma da rally) che solo alla fine del 1976 esalò l’ultimo respiro. Nella stagione successiva Henri si calò nell’abitacolo della Chrysler Avenger Gruppo 1. Debuttò all’Artic Rally. E in mezzo alla crema del rallysmo mondiale andò a conquistare il settimo posto. Nessuno ci fece caso ma era nata una stella. Però in terra di Svezia, fece ancora meglio nell’anno seguente quando sempre con la stessa vettura (in versione Gruppo 5) si piazzò secondo dietro Vatanen. Proprio nel 1978 il finlandese fece anche due esperienze lontano dalle sue terre. In Portogallo e all’Acropoli con la Citroen CX, ma in entrambe le circostanze non vide il traguardo. Il 1979 fu una stagione caratterizzata dalla disputa del campionato inglese. Un anno condito dai ritiri, ma anche da alcune prestazioni notevoli. Come il 3° posto assoluto al Mintex a bordo di una Ford Escort RS 2800 Gruppo 4, il 5° assoluto al Welsh. E come al 1000 Laghi quando era quarto col 131 Abarth ma alzò la bandiera bianca. L’inizio del nuovo decennio fu una rampa di lancio per Henri. Che all’Artic vinse il suo primo rally in carriera con una Talbot Lotus Gruppo 2. Ma Toivonen fece ancora meglio diversi mesi dopo quando, al Rac, conquistò il primo gradino del podio. Aveva 24 anni. E divenne il più giovane pilota ad aver vinto un rally valido per il Campionato del Mondo. Le due stagioni successive, prima al volante della Talbot e poi dell’Opel Manta 400, non portarono molta fortuna al ragazzo di Jyvaskyla. Pochi risultati e tante delusioni. Poi il 1984. Un anno magico. Con la disputa dell’Europeo e la chiamata dalla sua squadra dei sogni, la Lancia, per disputare alcune prove del Mondiale. E fu proprio in quella stagione che Henri seppe conquistare gli appassionati di tutto il mondo. Con la vettura tedesca vinse Costa Smeralda, 24 Ore di Ypres e Madeira. In Portogallo con la 037 era in testa quando dopo una botta fu costretto al ritiro mentre sulle strade della sua Finlandia sempre con la vettura italiana andò a conquistare il terzo posto. Il 1985 fu un anno stregato per lui. Almeno all’inizio. Con la 037 dopo il sesto posto colto a Montecarlo, fu vittima di un incidente in Costa Smeralda. Seguì na lunga convalescenza e poi lo sviluppo della Delta S4. Una vettura che il finlandese portò al debutto vincendo subito al Rac. E fu vittoria anche al Montecarlo nella gara d’apertura del Mondiale 1986. Assieme a Cresto. Seguirono due ritiri : in Svezia (quando era al comando dopo 12 prove) e in Portogallo (era terzo). E poi un altro trionfo, in quella Costa Smeralda che l’anno precedente con lui era stata davvero ingrata. Poi, l’incidente mortale in Corsica. Quando era primo a 2’45’’ da Saby.

 

 

 

IL RICORDO


 

 

QUEL MATTINO, TANTI ANNI FA…


 

di Guido Rancati


 

 

 

“Spero che non ti faccia del male”. Ci sono parole che ti vengono fuori così. Un pensiero ti attraversa la testa e ti riscopri a dire cose che avresti voluto tenere per te. Ed anche se stai parlando con un amico vero, ti mordi la lingua e speri che non abbia inteso.

“Spero che non ti faccia male”. La prima reazione all’annuncio gioioso di Sergio Cresto, la più infelice di tutte. Aveva passato il fine settimana in Finlandia e di primo mattino, appena rientrato a casa, mi aveva chiamato per informarmi che era andato proprio come aveva sperato:”E’ fatta, l’anno prossimo corro con Henri”. Spontanea e inopportuna, l’osservazione non lo sorprese:”Ci ho pensato…So che ci sarà da rischiare, ma sono convinto che ne vale la pena: finora non ho vinto quasi nulla e adesso ho la possibilità di vincere il Mondiale”.

L’iride per avvolgere tutta una carriera che aveva già deciso di non prolungare già all’infinito. Una stagione alla grande prima di smettere.

“Spero che non ti faccia del male”. Discorso chiuso, scavalcato dall’incalzare dei giorni. Quelli carichi di emozioni di un Montecarlo subito ipotecato da Henri e Sergio, poi quasi perso in quell’impatto della Delta S4 contro la vecchia auto di un incauto francese in trasferimento. E infine vinto alla grande umiliando Timo Salonen. La grande gioia. I primi venti punti dell’anno, la prima scommessa vinta. Una promessa da onorare. S’era detto che se nella gara d’apertura le cose fossero andate bene, al Gala dello Sporting  ci si sarebbe andati insieme.

“Spero che non ti faccia del male”. E chi ci pensa più mentre si fa un salto oltre frontiera a cercare un paio di smoking il più a buon mercato possibile? Si parla d’altro. Di cosa ha provato mentre ha urlato nel casco di Henri”Here he is, eccolo!” vedendo la Peugeot del rubicondo finlandese ormai a poche decine di metri, di quando passava le notti sul Turini per vedere correre gli altri. Di un pilota generoso non solo in gara.

“Spero che non ti faccia del male”. Il presentimento torna a galla in Portogallo, Joaquim Santos vola fra la gente, i piloti ufficiali si rendono conto che ormai sono le auto a guidare loro e dicono basta. Nessuno li ascolta, gli investimenti fatti per mettere una pelle di carbonio su un intreccio di tubi sono stati importanti, lo spettacolo deve continuare. Anche in Corsica dove un anno prima s’è consumata la tragedia di Attilio Bottega. E’ una vigilia strana quella che si consuma nelle sale del Campo dell’Oro. Reduce da una brutta influenza, Henri prova a scherzare su tutto. Con quel po’ di italiano che ha imparato, chiede in giro perché qualcuno si è arrabbiato vedendolo mangiare un piatto di spaghetti alla panna:” Capirei se li avessi presi al pomodoro, ma mi hanno detto di mangiare in bianco e la panna è bianca…”. Teso come non l’avevo visto mai, Sergio si fa vedere poco. Un saluto stranamente veloce e torna in camera. Per non dover ripetere che i rischi continui gli stanno togliendo la voglia di continuare. Poi la gara. Le sue lacrime all’assistenza di Santa Giulia dopo la prova che era stata fatale al trentino. Il mio nervosismo a Taverna, ad un controllo-stop dove il tempo passa e non succede niente. La voce di Jean-Pierre Nicolas che mi viene incontro singhiozzando per dirmi  che per i due sfortunati rallysti è finita:” E’ terribile… Sono morti entrambi, sono bruciati entrambi…”.

Il pianto dell’ingegnere Massimello che a Ponte Leccia, in ginocchio, si chiede perché è successo. La lucida, terribile analisi di Rino Buschiazzo che gli risponde recitando la classifica com’era prima di quella maledetta sinistra veloce in discesa che chiudi in uscita:”Henri davanti a tutti, Biasion terzo a quasi cinque minuti, Alen quinto a quasi undici…”.

“Spero che non ti faccia del male”. La mia rabbia più forte anche del dolore per quello che si doveva fare per evitare la tragedia. La certezza che di lì a due giorni, tornando a casa, non ci sarà più Sergio ad aspettarmi come dodici mesi prima. La voglia di mollare tutto. Il ricordo di una chiacchierata fatta chissà quanto tempo prima. La voglia di mollare tutto. Il ricordo di una chiacchierata fatta chissà quanto tempo prima:”Se davvero vuoi smettere di occuparti di rally, sei padronissimo di farlo. Licenziarti dal giornale per il quale lavori e cercarti un’altra occupazione, ma sappi che dovrai tagliare ogni rapporto con questo ambiente perché vedere qualcuno di noi ti renderà la vita impossibile. Fallo pure, se ci riesci…”. Cose che ad un amico vero si possono dire…”Spero che non ti faccia del male”.


 

 

 

 

FATALITA’, DESTINO, O COS’ALTRO?

 

QUELLE TERRIBILI COINCIDENZE


 

 

Corsica. Maledetta e selvaggia. Disseminata di croci e cippi di morte. Tragica e inquietante. Corsica. Bella e crudele. Ile de Beauté e scoglio di tragedie. Corsica. Con i suoi paesaggi e le sue mille curve infide, Corsica. Con le sue raccapriccianti coincidenze e i suoi mille perché. Già, perché? Perché il 2 Maggio, perché il numero 4, perché la squadra lancia-Martini. E perché Attilio Bottega, Henri Toivonen e Sergio Cresto? Domande inquietanti, ora come allora. Incredibili analogie, terribili dubbi. Teoremi di morte. Dieci anni, vogliono dir tanto e niente. Ma in questo caso non sono riusciti a dare una soluzione a quel destino cinico e baro che in due anni (dal 1985 al 1986) ha strappato alla vita tre ragazzi dalla faccia pulita. Che non sono più tornati dall’Isola napoleonica. Strano il filo nero che collega le vite spezzate di Bottega e Toivonen. Entrambi reduci da due gravissimi incidenti in Costa Smeralda, dopo aver corso con Sergio Cresto. Fatalità, destino, o cos’altro?

Dieci anni di rally e ricordi hanno lasciato ancor oggi tutti quei dubbi intatti. Quasi fosse scritto. Come se qualcuno avesse deciso di divertirsi con giochi di morte nel cuore dell’isola. Prima a sud, poi a nord. A Zerubia e a Corte. Sempre in Corsica. Maledetta e selvaggia.


 

 

 

LA DINAMICA


 

 

Il cielo era terso quel venerdì pomeriggio dalle parti di Corte. La seconda tappa del Tour de Corse da Bastia a Calvi stava ormai volgendo al termine. Toivonen e Cresto menavano bordate a destra e a manca. Una cavalcata da dominatori. I ventisei chilometri abbondanti della speciale numero 18 sono come tanti altri qui in Corsica. Un budello d’asfalto fatto di curve e contro curve molto impegnative, con due tratti in discesa per uomini veri. La Delta S4 numero 4 del finlandese e dell’italo-americano morde l’asfalto come al solito. Poi subito dopo il Col d’Ominanda a circa sette chilometri dallo start, ecco l’impatto. Una curva a sinistra e la Lancia esce di strada, sbatte contro alcuni alberi e termina la propria folle corsa quattro metri al di sotto della strada. La vettura esplode, prende fuoco, diventa una torcia. Per Henri e Sergio non c’è scampo. Il corpo del pilota schizza fuori dall’abitacolo. Le fiamme si portano via tutto. Riducono in cenere qualsiasi cosa. E i primi soccorritori, impotenti, si trovano davanti agli occhi uno scenario apocalittico.


 

 

 

 

FINISCE L’ERA DEI GRUPPI B


 

 

Il tributo pagato ai mostri del Gruppo B è stato elevato. Non erano serviti a niente tutti i campanelli d’allarme, le proteste inscenate dai piloti, l’onda di polemiche piovute da più parti. Per prendere la decisione di tirar giù la saracinesca sui Gruppi B, Fisa dovette attendere ancora. Altri due morti, Toivonen e Cresto, prima di prendere una decisione. Quella che era già stata invocata, quella che venne poi presa dopo l’incidente al Tour de Corse. E così alla fine del 1986 calò il sipario sui mostri da rally, con tante lacrime di coccodrillo…

 

 

 

 

 

 

DIECI ANNI DOPO

ANCORA RABBIA E DOLORE


 

C’è sempre il vento al Campo dell’Oro. Le bandiere garriscono, ma quel manipolo di persone raggruppato in cima alla scalinata d’ingresso dell’Hotel non sente né fischi del vento né il rumore provocato dai drappi variopinti. In silenzio e dentro al proprio cuore stanno ricordando i due amici scomparsi. Ricordi che quel vento del golfo di Ajaccio non ha portato via. Ancora oggi Cesare Fiorio, Grigio Pianta, Ninni Russo, Sergio limone, Benigno Bartoletti, cinque personaggi che hanno contribuito a far grande la squadra Lancia, ricordando con commozione ed ammirazione le gesta di Henri e Sergio. Per i loro incarichi, per i loro ruoli erano, e lo sono ancora oggi anche se in ambienti diversi, a stretto contatto con i piloti. Hanno imparato a conoscerne ogni sfumatura del carattere; con loro hanno diviso momenti belle ed altri bui. Li ha sempre accomunati la passione per questo sport.

Anche se di nazionalità diverse hanno sempre parlato la stessa lingua. Cinque personaggi che hanno conosciuto bene Henri e Sergio. Cesare Fiorio, per tutti il grande capo, l’uomo dalle grandi imprese e dai traguardi impossibili, Giorgio Pianta, il responsabile della squadra test, Ninni Russo il responsabile logistico Team, Sergio limone il tecnico della cui matita è uscita la S4, Benigno Bartoletti il responsabile dell’equipe medica. Nel ricordare Henri Toivonen e Sergio Cresto, a dieci anni di distanza, ognuno ha svelato una parte inedita della loro storia. Pensieri che affiorano alla memoria con estrema facilità perché  quell’equipaggio non si è mai staccato dalle loro menti. Attimi di commozione mentre riaffiorano le gesta agonistiche di due cari amici che non ci sono più. Parole troncate da un magone che chiude la gola. Con gli occhi lucidi e la voce un po’ tremula si va avanti. Come tutti gli esseri umani.


 

 

 

 

Cesare Fiorio


 

 

“Credo di essere stato uno dei pochi a conoscere molto bene Toivonen. Negli anni Sessanta, infatti, suo padre Pauli correva nella squadra Lancia ed Ho visto Henri, per la prima volta, quando aveva sette anni. Fu poi il padre, successivamente, a dirmi che suo figlio aveva iniziato a correre. Il ragazzo non aveva a disposizione una vettura molto competitiva ma si capì subito che era un pilota con buoni numeri. Passò del tempo poi un giorno lo stesso Pauli mi chiamò di nuovo:suo figlio era pronto ad entrare nell’Università dei Rally come all’epoca era considerata la squadra Lancia, Facemmo un paio di provini e subito fu evidente che eravamo di fronte ad un grande talento. Gli fu affidata la Lancia 037 in Portogallo e si dimostrò subito veloce. Riuscì a conquistare la prima vittoria alla prima alla prima uscita con la Delta S4 al Rac nel 1985. Era un ragazzo incredibile e stupendo e credo che sia stato sicuramente l’unico in grado di interpretare ai massimi livelli le vetture di Gruppo B. Anche Sergio era un ragazzo incredibile e bravo. Era già in squadra con noi e sicuramente a quel tempo per un navigatore italiano salire in macchina con pilota straniero di quel valore, ed essere candidati al titolo mondiale, rappresentava veramente un buon traguardo. Ricordo la loro gioia dopo aver vinto il Montecarlo ’86. Per loro era stata una gara difficile con quell’incidente in trasferimento. I meccanici erano riusciti a rimettere in ordine la macchina nelle ultime quattro prove e loro due a rimontare il distacco e a vincere la gara…”.

 


 

 

 

Ninni Russo

 

“Parlare oggi a dieci anni di distanza di Sergio ed Henri è difficile. Erano due ragazzi splendii. Con il loro carattere, entrambi molto particolari. Due persone con le quali riuscivi ad entrare in sintonia e non solo lavorando. Era molto facile stare insieme, parlare delle nostre famiglie, dei nostri problemi, dei nostri dubbi, delle nostre gioie. Per me Henri e Sergio sono ancora presenti, vicini. Ogni tanto mi vengono in mente dei ricordi legati ai rally di quell’epoca con quelle macchine mostro. Dire che Toivonen fosse l’unico pilota in grado di poter guidare le famigerate Gruppo B sarebbe troppo semplice. Era però l’unico in grado di interpretare quella macchina grazie al suo talento eccezionale. Ma anche a dir questo non scopro niente perché chi se ne intende e capisce di questo sport non può non riconoscere che Henri era dotato di un talento incredibile. Un ragazzo che aveva bisogno di essere seguito in un certo modo. Con lui non si potevano fare le stesse cose che si facevano con Alen o in tempi successivi con Kankkunen o con Biasion o con altri piloti che abbiamo avuto in squadra. Era diverso e nella sua diversità, molto semplice. Aveva dei principi ben precisi delle idee molto semplici e sicuramente tante persone non l’hanno capito. Alcuni lo trovavano antipatico, altri superbo e altri ancora superficiale. Invece non era niente di tutto questo. Chi ha pensato a queste cose non ha capito niente. Adesso ricordo soprattutto il grande affetto che lui aveva per la sua famiglia, stava costruendo la propria vita. Parlando di Sergio, invece si pensa ad una persona diversa da Henri sulla quale ho sentito tanti giudizi ma per me lui era un grande professionista. Anche lui aveva un carattere molto particolare. Ricordo che all’epoca io ero uno di quelli che si erano battuti perché Sergio passasse a correre con Henri; e dico questo con un senso di colpa. In lui vedevo la persona ideale per sedere al fianco del pilota finlandese. Anche se in maniera diversa Cresto è stato un ragazzo eccezionale. Siamo stati insieme poco tempo ma lo ricordo con molta amicizia”.


 

 

 

Sergio Limone


 

 

“Ricordando Henri Toivonen ho un attimo di commozione e non solo perché è stato un ragazzo stupendo con il quale ho lavorato insieme a Sergio Cresto per la messa a punto della Lancia Delta S4. Era dotato di una sensibilità incredibile, velocissimo, entusiasta, e mi vengono i brividi a ricordarlo ora a distanza di dieci anni da quella tragedia. Una domanda che, come tecnico, mi sono posto e che continuo ancora oggi a pormi è questa: perché è successo? Ricordo che dopo la tragedia mi sono guardato millimetro per millimetro tutto quello che era rimasto della vettura per cercare di capire i motivi. Se fosse colpa di un errore umano o tecnico. A volte, in questi casi, l’errore umano è quello più facile da individuare per giustificare l’accaduto perché il pilota non può dire niente. Quella tragedia mi spinse ad una maggiore indagine sulle vetture. Ricordo che fu un momento di sofferenza della mia carriera. Toivonen per me è stato una bellissima meteora. L’unico pilota ad aver capito il potenziale della Delta S4. Una vettura sicuramente molto difficile ed impegnativa, con potenze nell’ordine di quelle che oggi hanno le macchine che corrono in pista nella Classe1. E’ meglio che sia finita così”.


 

 

 

 

Benigno Bartoletti


 

 

“Toivonen era riuscito a conquistare il mio affetto, la mia simpatia. Aveva delle doti magnifiche e sembra quasi illogico parlarne come di una persona che non c’è più.

Però io non sto parlando del pilota che non c’è più ma di un amico che a mio parere è ancora qui  vicino a me col quale divido le gioie ed i dolori che ci accompagnano in ogni gara. Era un ragazzo di una sensibilità enorme di una disponibilità incredibile. A questo associava il fatto di essere un pilota con una sensibilità di guida eccezionale. Fuori dubbio che lui commettesse degli errori soprattutto perché correva al limite. Ma forse era proprio questa la sua dote: non riusciva a conoscere il suo limite. Di piloti io ne ho conosciuto un altro come Henri: Gilles Villenueve. Anche lui era così. Tutti e due ritengo che avessero come fine ideale della loro vita una morte in gara. Non credo che avrebbero potuto poi vivere di ricordi come tanti piloti che si vedono sempre sui circuiti o lungo le strade dei rally. Penso che loro siano stati contenti e quindi, in ultima analisi anch’io da amico sono contento che loro abbiano potuto gioire delle tante vittorie che hanno ottenuto e forse, anche se sembra una parola insensata, gioire anche della loro morte. E’ stato il coronamento della loro vita, Toivonen è stato ed è uno dei piloti più veloci che io abbia avuto nella mia squadra.

Oltre a questo era un uomo dall’animo molto sensibile e gioviale. Se dovessi fare un paragone direi che trovo molte similitudini tra Henri e Nannini perché era sempre allegro; la sua conflittualità nei campi di gara con Alen non lo portava a fare una guerra, con quel suo modo di fare lui giocava. Purtroppo molti giornalisti questo non l’hanno capito. Pensavano che tra i due piloti esistesse acredine ma non era vero niente. Era solo una maniera di Toivonen per far sì che Markku soffrisse meno delle sconfitte che a volte doveva partire da lui”.


 

 

 

 

Giorgio Pianta


 

 

“Per me Toivonen è stato uno dei piloti più veloci che abbia mai conosciuto nell’ambiente dei rally. Sapeva spremere il massimo dalle vetture pur non avendo una guida estremamente pulita. Devo dire che è stato l’unico che ha guidato al limite da Delta S4. Una vettura che poi ci ha dato questo grande dispiacere di portarcelo via. In ogni caso è stato veramente una pilota che su questa macchina ha avuto costanza di rendimento incredibile e che gli ha permesso di superare i suoi compagni di squadra. Direi che è stata una grossa perdita sia come amico che come pilota non solo per la Lancia ma per tutto il rallysmo. Era un ragazzo molto simpatico, cordiale ed estremamente educato”.

 


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